Federico Usuelli

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Sono un #medico, un #chirurgo ortopedico. Sono responsabile per la chirurgia di piede e caviglia dell’U.O. C.A.S.C.O. dell’IRCCS Galeazzi di #Milano.

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Proprio la natura post-traumatica dell’#artrosi_di_caviglia è il motivo per il quale il trattamento conservativo è poco efficace nella risoluzione di questa patologia.

Infatti, la progressione dell’artrosi e la conseguente deformità articolare possono essere piuttosto rapide proprio a causa della natura traumatica dell’artrosi stessa.

La chirurgia per questi pazienti rimane spesso l’unica opzione plausibile.

La #protesi_di_caviglia viene oggi riconosciuta, a livello scientifico internazionale, come il gold standard per il trattamento dell’artrosi di caviglia.
Al termine dell’intervento di #protesi_di_caviglia, il paziente lascerà la sala operatoria con un gesso che verrà eseguito con il piede a 90 gradi, fondamentale per evitare l’equinismo della caviglia stessa [atteggiamento in punta di piedi]. Una volta giunto in reparto gli infermieri si occuperanno del periodo di degenza affiancati sempre da un medico della mia équipe. Il gesso verrà fenestrato, per poter eseguire le medicazioni.

La degenza ospedaliera a seguito dell’intervento è importante per effettuare un corretto controllo del dolore, valutare la ferita chirurgica ed effettuare le prime medicazioni che il paziente dovrà osservare in modo da essere in grado di proseguirle autonomamente a casa.

Le dimissioni avvengono di norma dopo 2 notti; in alcuni pazienti che devono affrontare dei viaggi di ritorno verso casa più lunghi, magari prendendo un aereo, si può pensare se necessario di prolungare di una notte il ricovero.

La prima visita di controllo avviene a circa quindici giorni dall’intervento. Durante questa visita, viene effettuato il controllo della ferita chirurgica e vengono rimossi i punti di sutura.

A 15 giorni dall’intervento spesso, ma non di prassi, viene concesso il carico sullo stivaletto gessato. Munitevi di una scarpa coprigesso.

Dopo 4 settimane, si effettua la seconda visita di controllo, durante la quale la caviglia operata viene definitivamente liberata dal gesso che viene sostituito da un tutore walker sbloccato, cioè articolato, in modo da poter muovere la caviglia.

In questa occasione verranno richieste le radiografie da effettuare per il controllo successivo e che dovranno essere eseguite tassativamente in carico, appoggiando cioè il piede a terra.

Una quindicina di giorni più tardi, a circa 6 settimane dall’intervento, si effettua la 3^ visita di controllo, per concedere il carico assoluto senza il tutore che viene quindi abbandonato.

Il paziente è autonomo entro i 15-30 giorni dall’intervento, tuttavia recupera la piena autosufficienza in tutte le attività quotidiane entro due mesi dalla procedura chirurgica. 
Spiego sempre ai miei pazienti, durante la prima visita, che si è davvero contenti del risultato ottenuto, a 6-8 mesi.
A due mesi dall’intervento di #protesi_di_caviglia, infatti, è concessa la ripresa della guida e delle normali abitudini quotidiane.

Ho bisogno però che i miei pazienti comprendano che, vista l’importanza dell’intervento, il recupero post-operatorio deve essere graduale, ma continuo, senza che questo venga visto come fonte di preoccupazione o di demoralizzazione, ma al contrario felici dei miglioramenti giornalieri ottenuti.

Il paziente verrà seguito da me e dalla mia équipe in ogni fase del percorso post-operatorio e riabilitativo per essere certi del corretto recupero. Questa fase è indubbiamente la fase in cui il paziente deve impegnarsi al massimo per ottenere il miglior risultato possibile dal trattamento chirurgico effettuato.
Il mio percorso personale e professionale è stato profondamente segnato dalla mia esperienza di studio e lavoro all’estero.
La mia formazione internazionale mi ha portato a credere nella super-specializzazione, come un valore per offrire al paziente un livello sempre più elevato di cure.

La mia prima volta come “research fellow” fu durante la specializzazione, alla @dukeuniversity, sotto la guida dei Professori Nunley, De Orio e Easley.
Risalgono proprio a questo periodo le mie prime pubblicazioni: “I traumi della Lisfranc nello sport” e “Il trattamento OATS per le lesioni osteocondrali dell’astragalo” [pubblicato nell’American Journal Sport Medicine]. Un momento della mia vita in cui ho realmente compreso quanto ricerca e innovazione scientifica siano fondamentali anche in un ambito molto specifico come quello del piede e caviglia.

La mia seconda volta, al termine della specializzazione, fu presso il Mercy Hospital di Baltimora.
Qui posso dire di essere diventato concretamente il chirurgo che sono oggi. E – in parte – anche l’uomo.

Il @drmyerson , noto chirurgo ortopedico di fama mondiale, mi ha insegnato quali siano i veri pilastri della nostra pratica chirurgica, mi ha dato consigli su come portare quanto imparato negli USA nel lavoro quotidiano in #Italia e quanto sia importante coltivare ed utilizzare il network dei colleghi fellow con cui scambiare opinioni e a cui chiedere consigli per affrontare qualsiasi tipo di caso clinico.

Questa concezione della chirurgia come risultato di un continuo e costruttivo scambio è talmente radicata e solida da generare un’associazione scientifica [The Baltimore’s Fellow] che si riunisce ogni due anni in un meeting globale.

Penso che quello che sono oggi sia frutto – oltre che dei grandi insegnamenti della mia famiglia e della mia dedizione alla medicina - anche dei tempi in cui viviamo e della mia matrice internazionale: sacrifici e possibilità, per i quali ringrazio i miei genitori e i miei maestri.
Voglio avere come maestri quelli che mi piacerebbe fossero miei padri. – Agasicle –
Spero traspaia tutto quello che ho imparato e che sono, nel mio continuo tentativo di avvicinarmi al paziente, fin dal primo momento, quando è indeciso o preoccupato da un problema, utilizzando anche i #social per creare occasioni per spiegare e parlare ai miei pazienti o chi, in generale, ha un problema di piede e caviglia.
Noi siamo quello che facciamo ripetutamente. Perciò l’eccellenza non è un’azione, ma un’abitudine.
— Aristotele —
1] Numeri: oggi i miei numeri in chirurgia sono:
⟶ 150 #protesi_di_caviglia all’anno;
⟶ oltre 600 interventi di chirurgia del piede all’anno.

Le mie innovazioni sono:
⟶ una nuova tecnica chirurgica artroscopica di riparazione cartilaginea pubblicata;
⟶ un’innovativa tecnica di chirurgia protesica della caviglia pubblicata;
⟶ oltre 10 articoli scientifici l’anno pubblicati.

I miei numeri sulla ricerca sono:
⟶ oltre 40 pubblicazioni scientifiche indicizzate su Pubmed;
⟶ un H-Index che nell’ultimo anno è cresciuto da 3 a 9.

2] Équipe: questo è possibile perché oggi la mia attività non è quella di un singolo medico specialista, ma quello di leader di un gruppo di chirurghi interamente dedicati alla caviglia e al piede nella loro attività chirurgica, clinica e di ricerca.

È un’esperienza davvero particolare per la realtà italiana, dove spesso, chi si occupa di chirurgia del piede, si ritrova ad essere un professionista isolato e principalmente dedicato all’avampiede, senza un’attività di ricerca sulla propria materia.

Abbiamo davvero invertito la rotta nel nostro campo.

Colleghi stranieri vengono stabilmente a lavorare con noi per acquisire conoscenze e competenze specifiche; quasi ogni giorno, quando operiamo, riceviamo ospiti da ogni parte d’Europa interessati alla nostra chirurgia e alla nostra organizzazione [tra i nostri ospiti abbiamo avuto colleghi da Francia, Inghilterra, Irlanda, Belgio, Olanda, Svizzera, Cina, Spagna e Polonia]. 3] Fellowship: Io sono stato un “fellow”, prima alla @dukeuniversity e poi a Baltimora, negli Stati Uniti d’America. 
Dai miei maestri ho imparato che la conoscenza non è un tesoro da serbare gelosamente, ma un valore da condividere senza paura e con entusiasmo: questa è la visione del mio programma di fellowship internazionale, oggi presente anche in #Italia.
Sono davvero grato al mio #team: perché per insegnare bisogna prima essere pronti a imparare dai propri allievi.
Avere il #piede_piatto non è un problema, è una caratteristica, proprio come avere gli occhi scuri o i capelli lisci.

Tutto questo è vero fino a quando non fa male: il dolore fa la patologia.
#Piede_piatto patologico o sindrome pronatoria.

Esistono tantissimi modi di classificare il piede piatto, ma una classificazione è utile quando, non solo ci permette di comprendere quanto è grave una deformità, ma anche quando ci darà informazioni sulla sua evoluzione e sulle modalità di trattamento.

Per questo, nella mia pratica clinica e nella mia attività scientifica mi rifaccio sempre alle classificazioni del mio maestro, @drmyerson, e di Bluman.

In base a questo modo di classificare il piede piatto esistono 5 stadi diversi, ciascuno con trattamenti ideali diversi.

Il principio fondamentale è, però, di distinguere:
⟶ deformità flessibile;
⟶ deformità rigide.

Le flessibili sono quelle deformità in cui non è ancora subentrata artrosi ed in cui è possibile pianificare una correzione. L’aspetto positivo di questo trattamento è che è possibile preservare il movimento e, pertanto, la funzione di ogni articolazione del piede.

Ecco perché è fondamentale la diagnosi precoce: per fare prevenzione ed evitare che insorga artrosi.
Il ritorno in campo dopo un intervento chirurgico di correzione del #piede_piatto dipende da vari fattori:
⟶ l’età del paziente;
⟶ lo stadio di deformità di partenza;
⟶ la tipologia di intervento eseguito.

Generalmente, osteotomie e transfer tendinei richiedono tempi di immobilizzazione brevi [circa 30 giorni], una ripresa del carico sull’arto operato a circa 4 settimane dall’intervento, il ritorno alla guida dopo circa 50 giorni e una completa soddisfazione del paziente, in relazione all’entità dell’intervento, con ripresa dell’attività sportiva dopo 3/5 mesi.

I tempi per le procedure di artrodesi sono indubbiamente più lunghi, ma il periodo di scarico [impossibilità di appoggiare l’arto] raramente eccede i 50 giorni.

Per tutti i pazienti l’idrokinesiterapia [riabituarsi a camminare in un contesto protetto come quello garantito dall’acqua] è una tecnica riabilitativa che velocizza sensibilmente il recupero.