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https://www.lasecondadolescenza.it/2019/01/15/podere-veneri-vecchio/

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“Sotto il noce non cresce nulla”. Per secoli si è creduto fosse stregoneria, riti e credenze mettevano a tacere gli scettici. Invece oggi sappiamo che è tutto merito dell’allelopatia, ovvero l’antagonismo radicale che mediante il rilascio di tossine nel terreno inibisce lo sviluppo di altri apparati radicali. Lo so, la biologia ha il brutto vizio di togliere fascino.
A Castelvetro c’è un grande noce che da oltre 50 anni però ha trovato un suo equilibrio con una vecchissima vite mista. Ogni anno Max di @poderesottoilnoce rende omaggio a questo scherzo della natura e raccoglie quella poca uva quasi selvaggia. Solo quella sana arriva in cantina dove viene vinificata nel modo meno invasivo possibile e diventa Confine. Confine letterale, infatti quel noce imponente si trova al limite della tenuta di Max e fa un po’ da ultimo guardiano della terra libera prima del dominio dell’asfalto e della città. Ma anche Confine metaforico perché questo vino racconta un gusto lontano, estremo e testimonia epoche passate. Diverso ogni anno a seconda della proporzione di uva bianca o rossa che arriva in cantina, Confine quest’anno ha un bel color vermiglio scarico e un naso sfaccettato, multiplo. La stessa sensazione di disorientamento si ripresenta in bocca dove tanti gusti si scatenano sulle corde di un’acidità tesa e vibrante. Un’orchestra che suona una ballata antica, forse un vecchio canto di streghe.
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Il nostro assaggio preferito a Io Bevo Cosi 2019
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“Resistere significa alzare la testa, alzare lo sguardo. Se bevi vini realizzati solo con la terra fertile, fermati, ascoltali, rallenta il passo; solo così ti si concederanno con tutta la loro forza, con tutte le loro debolezze; in caso contrario lasciali… a chi è in grado di condividerli.”
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La visita nel Podere Veneri Vecchio di Raffaello Annichiarico è più di una normale visita in cantina. Oltre agli ottimi vini infatti, originali e a tratti spiazzanti, c è una persona, un vignaiolo altrettanto originale e visionario. 
Se siete incuriositi potete leggere il racconto completo di questa bellissima esperienza sul blog. LINK IN BIO!!
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Bella Ciao Agostinella rappresenta una battaglia per la conservazione di tutti quei vitigni “minori” e quasi abbandonati. Nel bicchiere c’è tutto il gusto pungente, acidulo, diritto di una grande rivincita. La macerazione è breve per mantenere integro il forte e vibrante carattere di quest’uva, l’affinamento in legno è di 8 mesi per poi proseguire con almeno 3 mesi in bottiglia. Un vino i cui profumi agrumati e fioriti e il gusto speziato raccolgono tutta la burbera emotività del suo creatore, tutta la sua rivoluzione. .
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Ancora devo capire come mai oggi se si parla di Piemonte vinicolo, in automatico si pensa a Nebbiolo e Barbera. Lui, il Dolcetto ne esce così da grande escluso, essendo storicamente il vitigno a bacca rossa più diffuso in regione e da sempre impiegato negli scambi commerciali con la Liguria. Sarà forse colpa della sua rusticità che non gli ha mai permesso di competere con l’eleganza dei grandi Nebbioli. O sarà per quel suo tannino un po’ verde che ne chiama una beva giovane e conviviale.

A "La Terra Trema" ho conosciuto Claudio Giachino con il quale condivido molte idea riguardo a Dolcetto e biodiversità in Langa. A Montelupo Albese Claudio gestisce la sua azienda agricola da oltre 20 anni e l’ha vista espandersi con il crescere della sua stessa famiglia grazie all’ingresso dei figli nell’attività.  Da sempre producono nocciole, ma proprio per rispettare le sfaccettature del territorio langarolo, hanno via via frapposto agli alberi qualche vigna per un totale di circa 4 ettari. Le uve per il suo Dolcetto Madonna del Solaio vengono interamente lavorato a mano, il mosto viene quindi stabilizzato fuori al freddo durante le successive lavorazioni e infine, dopo la malolattica, va in bottiglia con un livello di solforosa bassissimo. Per me questa è una dichiarazione d’amore. Madonna del Solaio colpisce con profumi freschi, fruttati con una nota di viola, al sorso è diretto, tannico e armonioso. Un vino incredibilmente territoriale, riconoscibile e di compagnia
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P.S. Voi lo sapete perchè si chiama "Dolcetto" ? 🤓🤓
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Ad Agazzano, durante l’Orange Wine Festival, ho assaggiato i primi risultati di un giovane vignaiolo che in provincia di Piacenza ha dato vita, un paio di anni fa, alla sua azienda Distina che include anche un progetto di distillazione di grappe (da cui il nome).
Ambra è un blend di Malvasia di Candia aromatica, Moscato Bianco e Marsanne, un’uva francesce ad alta resa da sempre presente nella DOC Colli Piacentini. @cla.campaner ha scelto la strada della vinificazione naturale, e per questo la fermentazione è spontanea e non c’è ricorso alla filtrazione. Inoltre, nel totale rispetto dell’annata, la macerazione è variabile (2 settimane per la 2017). Ambra quindi ha passato l’inverno in vasche di cemento ed è stato imbottigliato in primavera per poi sostare ancora 6 mesetti in bottiglia prima che fosse pronto. Un bel viaggio insieme quello di Claudio e del suo vino, giorno dopo giorno, quasi un prendersi per mano! E per questo sull’etichetta di @marinap_06 trovate proprio la mano di Claudio e il grappolo di Malvasia.
Ancora un consiglio, non perdetevi il suo Gutturnio Bason, un gusto tradizionale e autentico.
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Tanti auguri di Buon Natale a tutti voi!
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Ma soprattutto buoni brindisi 🍾🍾
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Per la sua stessa conformazione la Valle d’Aosta nasconde grandi segreti. Valli strette si alternano ai monti più alti dell’intero arco alpino. Valli ombrose attraversate da piccoli corsi d’acqua che inquieti vanno verso la Dora. Uno di questi segreti è il Cornalin. Questo vitigno autoctono valdostano, figlio dell’incrocio tra Petit Rouge e Mayolet, a causa della sua scarsa coltivabilità, non ebbe vita facile ai piedi del Monte Bianco e gli furono presto preferiti altri autoctoni quali Fumin o Petit Rouge. Attorno all’XI secolo fu importato in Svizzera, nel canton vallese, dove, non senza difficoltà, riuscì a sopravvivere anche grazie all’impegno di alcuni viticoltori esperti del territorio che, a partire agli anni ’70, fondarono il movimento Save Cornalin. E grazie al cielo ce l’hanno fatta, permettendoci oggi di poter bere ottimi Cornalin in purezza come questo. L’azienda Rosset, nata nel 2001, comprende tre vigne di piccole dimensioni in diverse aree della Valle d’Aosta, tutte comprese fra in 500 e i 1000 metri, per un totale di 5 ettari. Un percorso di qualità il loro, in una delle regioni italiane dove la viticultura si fa più eroica. Il colore di questo Cornalin è violaceo con riflessi granata e colpisce per un bouquet intenso, fruttato, con un forte nota di timo e con un pizzico di pepe che accompagna anche il sorso dove si ritrova un’inattesa morbidezza per un rosso coltivato così in alto e un tannino gradevole e lungo. Tutte caratteristiche per un vino di pregio con potrebbe dare grandi soddisfazioni anche con affinamenti in legno e qualche anno in più sulle spalle.

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Guido è un ragazzo diretto e simpatico, arriva dal traffico in scooter per parlarmi del suo vino con l'entusiasmo e la voglia di fare bene che mi piace. La sua vigna è un pezzetto di terra sulle colline di San Ginesio, in provincia di Macerata, tradizionalmente vocate alla viticultura. Ora Guido vive lontano, ma un legame profondo lo lega a quei borghi e a quella terra. Tutto è cominciato da un torchio di legno e dalla tenacia di Valerio Lucarelli, era il 1791. Da allora sono passate ben sei generazioni di vignaioli Lucarelli che con passione hanno proseguito il sogno del fondatore e hanno fatto di quel torchio il loro manifesto. Oggi Cantina Valerio Lucarelli produce un vino artigianale, minimi gli interventi in vigna e ancora meno quelli in cantina. Lenós, torchio in greco, è un blend di San Giovese e di un autoctono minore, la Vernaccia Nera, parente lontano del Cannonau e del Tai rosso, quasi scomparsa durante gli anni '60. Dopo la lavorazione dei soli grappoli migliori, selezionati a mano, Lenós affina, senza fretta, in barrique di secondo e terzo passaggio. Il calice restituisce tutto il profumo carico e complesso di un vino vivo a cui è stato dato tempo di esprimersi. Questi profumi accompagnano un sorso incredibilmente fresco, ma affatto semplice. Un vino sfaccettato, scattante, pepato, dal finale lungo e intrigante. Un vino allegro e sincero, come Guido, che già si perde nel traffico milanese.
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"La Terra Trema infatti, ancor prima di essere un evento dedicato al vino, è un’azione politica di resistenza. Resistenza alla globalizzazione e a un certo modo di intendere il vino che hanno devastato non solo l’economia“contadina”, ma anche i suoi paesaggi. La Terra Trema è un tentativo di salvare il Territorio, di cercare di costruire nuove forme di società e di economia, partendo dal vino."
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Domenica scorsa siamo stati al La Terra Trema, la fiera più feroce e anarchica nel panorama naturale italiano. 
Chi si fosse perso i nostri assaggi trova il link in bio!
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Avete presente quando, durante il sonno, sogniamo di cadere? Ho avvertito quella stessa sensazione di spaesamento e straniamento cognitivo quando mi è stato proposto questo vino, Pinot Nero in purezza, a 1100 metri sull’Etna. Non ci potevo credere. Ma poi è bastato assaggiarlo perché i pezzi di un puzzle a me sconosciuto si ricomponessero in modo autonomo in una semplice nitida e bellissima immagine, il vino buono.Vorrei usare molti più aggettivi per descrivervi questo vino, ma ripensando alla degustazione ho realizzato come fosse proprio il fondersi di diverse sensazioni - il profumo, il frutto, un tannino legnoso poco invadente - a creare quel calice e come l’estrapolarle singolarmente non avrebbe aggiunto nulla all’autentica definizione di vino buono, molto buono.
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Ho sentito dire che nella vita dobbiamo imparare a disimparare. Dobbiamo allontanarci da quanto già stabilito per noi da altri ed iniziare a scrivere ognuno la propria storia. Un teorema forse, come il nome di questo vino appunto, Tiurema, che è in sé pensiero anarchico, follia giovanile e passione instancabile. Un assaggio che insegna a prendere le distanze dai propri pregiudizi e ringrazio tanto Nunzio Puglisi per avermelo fatto capire.
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In Umbria, il sogno di un giovane enologo.
A Castello delle Forme, vicino a Perugia, dal 2015 Alessandro Lanterna si occupa del suo progetto di viticoltura indipendente su appena 2 ettari e mezzo vitati 21anni orsono. Accanto ai
grandi autoctoni come Trebbiano Procanico,  Grechetto e Sangiovese,  trovano spazio anche chardonnay e cabernet sauvignon.
I vini di Cantina Bettalunga colpiscono per la loro disarmante onestà. Nel berli, si sente tutta l'uva integra che arriva in cantina. Si sente il rispetto di sole lavorazioni artigianali e delicate. Si sente l'anima umbra, prima scorbutica, dopo, con il tempo, schiva e garbata.
Una delle mie più belle scoperte alla VII edizione della Fivi e per questo io mi sono portata a casa una bottiglia di Povento. Il nome rimanda alla vigna, in dialetto perugino infatti significa poco vento, come quello che accarezza i filari riparati di questo Trebbiano. 
Vinificato con il solo mosto fiore, la parte più nobile del succo d'uva, al primo sorso il vino si presenta perfettamente pulito, intenso e persistente, come piace a me! Fidatevi, ne sentiremo parlare!
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Una bollicina piena, viva, allegra e intensa per questo spumante da suolo vulcanico. Quale vulcano? L'Etna ovviamente, il signore dei vulcani. Marchese delle Saline è il giovane progetto di Giacomo e fratelli che hanno scelto di ridare vita alla passione del nonno, vignaiolo in terra trapanese. E per farlo hanno scelto proprio l'Etna, un terroir da fascino unico. Un terreno che, se lavorato con rispetto, sa dare un'impronta inimitabile alle uve. Proprio come per questo metodo charmat di solo Catarratto. Un sorso intrigante, sapido e morbido con una bella acidità che lascia un bellissimo finale amaro che chiama una beva lampo, la mia preferita. Un calice che mi piacerebbe far degustare alla cieca perché la definizione Extra Dry potrebbe fuorviare, invece è un vino asciutto, verticale ma anche straordinariamente coccoloso. .
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Io in Borgogna non ci sono mai stata, ma l’altra sera da Vinoir, Gianluca mi ha fatto fare un giro virtuale da quelle parti. Ecco due pinot neri naturali a confronto. Maison Guillot-Broux e Benoit Delorme. Cote de Challonnaise contro Cote de Maconnaise. La prima più a nord, non la più conosciuta in Borgogna e la seconda, poco più a sud, più vocata ai grandi Chablis grazie al terreno calcareo. Due vini eccezionali e diversi, tanto diversi. Il borgogna di Guillot-Broux è giovane, ancora vibrante. Il naturale si avverte poco e il vino appare elegante, verticale, tradizionale, buonissimo. Orgasme Culturel invece è il vino che prende i tuoi preconcetti e li butta via. E’ un pinot più “nordico” rispetto a Guillot-Broux, ma non per questo più asciutto, anzi, si rivela estremamente fruttato, sia al naso che in bocca. La naturalità è più accentuata e la grana del sorso è ruvida, ricca, densa, affascinante.
Non chiedetemi quale ho preferito, perché la risposta sarà sempre che avrei preferito berne un terzo, o andare a prendere il primo treno per Dijion. .
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